Sicurezza delle password: dati negativi per l’Italia

Il modo in cui gestiamo la nostra sicurezza digitale è spesso un paradosso, sospeso tra il timore di subire un furto di dati e l’incredibile pigrizia che applichiamo nella scelta delle nostre credenziali. Secondo una recente indagine condotta da mUp Research per Facile.it, nell’ultimo anno ben 8,7 milioni di italiani hanno subito una violazione informatica. I bersagli preferiti dai cybercriminali non sono complessi database aziendali, ma la nostra quotidianità: i profili social guidano la classifica delle violazioni con 5 milioni di casi ma in questa classifica negativa figurano di diritto anche i profili bancari con quasi 2 milioni di violazioni e gli smartphone, che stanno sotto il milione ma comunque alla quota molto alta di 890.000 violazioni. Come spesso ripetiamo su questo blog, è giusto dire che c’è una costante recrudescenza degli attacchi ma, sebbene gli hacker utilizzino stratagemmi sempre più sofisticati, la verità è che nella stragrande maggioranza dei casi siamo noi stessi a spianare la strada con comportamenti che mettono in serio pericolo i nostri account.

I numeri emersi dallo studio mettono in luce una serie di errori banali, ricorrenti e, a tratti, sorprendenti. Il vizio più diffuso è la totale mancanza di diversificazione: 4,6 milioni di persone utilizzano la medesima password per tutti i siti internet, un’abitudine deleteria che si riscontra soprattutto nella fascia d’età tra i 25 e i 34 anni. Non va meglio sul fronte della fantasia, dato che 2,7 milioni di utenti si affidano a sequenze numeriche progressive come il classico “1234”, mentre 2,3 milioni inseriscono unicamente la propria data di nascita. Anche la sfera affettiva gioca brutti scherzi alla cybersicurezza: circa 1,5 milioni di italiani scelgono come chiave d’accesso il nome dei figli o del partner senza camuffamenti dati dai caratteri speciali o dai numeri, mentre allo stesso modo ci sono anche 2 milioni di persone che usano il nome del proprio animale domestico per proteggere i propri account.

La vulnerabilità delle nostre barriere digitali tocca il culmine quando si analizzano le scelte più ovvie e immediate. Si stima che quasi un milione di italiani utilizzi ancora la parola “Password” come chiave di sicurezza, e poco meno – circa 850.000 individui – ricorra direttamente al nome del sito che sta visitando per proteggere il profilo stesso. Sappiamo bene tutti quanto questo genere di ingenuità non sia appannaggio esclusivo degli utenti meno esperti, basti ricordare il caso di cronaca del Museo del Louvre della scorsa estate, quando poi si è scoperto che una delle gallerie più importanti al mondo, per proteggere le opere milionarie esposte, aveva inserito “louvre” come password dei sistemi d’allarme. Rimanendo in tema d’arte, il quadretto delle bad practices viene completato dai 380.000 utenti che digitano la sequenza “QWERTY” sfruttando le prime lettere della tastiera , e i 470.000, prevalentemente uomini, che preferiscono giurare fedeltà eterna alla propria squadra del cuore anche nel login.

Oltre alla scarsa qualità delle parole scelte, un altro problema è quello riguardante la frequenza con cui vengono aggiornate le password. Quasi la metà degli utenti tende a modificare la propria password meno di una volta all’anno o esclusivamente quando è il sistema a richiederlo obbligatoriamente. In questo caso è stata fatta anche una discriminazione basata sul sesso, poiché è stato notato da coloro che hanno condotto l’indagine che gli uomini le aggiornano in media sei volte all’anno, mentre le donne 4,5 volte, ma permangono dubbi sui fattori che concorrono a questa decisione, che potrebbe anche essere solo dettata dall’essersele scordate. Questo accade anche perché la gestione delle credenziali è ancora legata a metodi tradizionali e poco sicuri: un terzo degli italiani dice di annotare le password su supporti cartacei, un’abitudine che aumenta al salire dell’età e che è ben presente tra le donne. Una percentuale vicina al 15% le salva direttamente sul telefono, mentre il 10% circa crea un file sul PC. Sorprendentemente, più di 10 milioni di intervistati dice di ricordarsele tutte a memoria, mentre circa 5 milioni preferiscono affidarsi a piattaforme come i password manager, nate specificamente per la custodia delle chiavi digitali e per questo ritenute più sicure. In questo scenario non manca una nota di colore: un milione di italiani ha confessato di utilizzare una parolaccia come base per la propria password, considerandola un metodo più efficace per non dimenticarsela.

Scherzi a parte, questi dati invitano a una profonda riflessione sulla percezione del rischio nel mondo digitale. In un’era in cui la nostra intera vita sociale, lavorativa e finanziaria passa attraverso uno schermo, tendiamo ancora a considerare la sicurezza informatica come un problema astratto o lontano da noi, preferendo la comodità immediata alla reale protezione dei nostri dati privati. Continuare a ignorare le buone pratiche elementari significa consegnare spontaneamente le chiavi della nostra identità a chiunque desideri appropriarsene. Diventa quindi fondamentale superare la pigrizia e iniziare a considerare la creazione di una password robusta e unica non come un fastidioso obbligo burocratico della rete, bensì come il primo, indispensabile scudo per difendere la nostra libertà e la nostra privacy quotidiana.

 

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