
Continuano le operazione di modernizzazione delle strutture IT del nostro paese, anche grazie chiaramente alla spinta data dai fondi del PNRR che hanno spinto molto in questa direzione e che le amministrazioni stanno utilizzando in tal senso. È di pochi giorni fa, a riprova di ciò che stiamo dicendo, la pubblicazione di un report stilato dal Dipartimento per la Trasformazione Digitale e l’ANCI che spiega usando vari indicatori quali sono stati gli ulteriori passi avanti per la digitalizzazione dei nostri comuni.
Per effettuare l’analisi si è ricorsi all’aiuto di quasi la metà degli enti e quindi tre quarti della popolazione, uno sforzo che ha dato i suoi frutti anche secondo il sottosegretario Alessio Butti, che prende atto del fatto che l’Italia sta mantenendo la trasparenza sullo stato dell’arte della sua digitalizzazione e sul rispetto degli obiettivi imposti dal PNRR, tutto questo ovviamente al fine di rendere più snelle le procedure e per migliorare la qualità dei servizi. Anche il presidente ANCI si congratula coi risultati ottenuti grazie ai fondi europei, ma spinge anche per proseguire negli investimenti ed anche nella formazione dei personali presenti nei comuni poiché tutti questi sforzi devono essere mirati al benessere del cittadino.
Ovviamente il punto chiave della svolta digitale delle PA è il passaggio al cloud da parte dei comuni insieme ad altri enti quali ospedali, scuole, aziende sanitarie e, laddove ancora presenti, le province, che entro il giugno del 2026 dovranno essere tutti sulla nuvola. I numeri da questo punto di vista potrebbero spaventare, visto che si tratta di quasi 12.500 enti locali, ma si parla anche di un miliardo di Euro di fondi investiti. Come ha specificato Butti, gli obiettivi del PNRR sono stati raggiunti ma soltanto quelli intermedi, che comprendevano la migrazione di 4000 enti da effettuare prima di settembre 2024. Oltre ad essi, si parla di oltre 7.600 comuni (quindi quasi il totale di essi) che hanno accettato gli avvisi a migrare in cloud le loro infrastrutture, cosa che sembra sia stata abbastanza inaspettata. Anche le cifre da investire, tuttavia, non spaventano, poiché si parla di una cifra sotto il miliardo stanziato. Arrivati al giugno di quest’anno, tra i comuni che dovevano migrare quasi il 70% ha completato la transizione, la metà ha già passato la fase propedeutica di test tecnici e legali ed ha quindi avuto accesso ai fondi. I progetti sono in tutto quasi 3.600 con una previsione di spesa pari a 270 milioni, ma siccome i lavori sono ancora in fase di svolgimento è giusto ricordare che il bilancio ufficiale si farà a marzo 2026.
Ovviamente per migrare l’operazione principale è quella di dismettere i server che vengono mantenuti in loco dai comuni, una decisione che è e sarà molto d’impatto per gli enti, poiché si tratta di un cambio di direzione netto. Sembra dai dati che tuttavia quasi 3/4 dei comuni abbiano iniziato a dismettere i server on-premise, ma meno del 25% ha già finito la procedura. Il fatto grave è che tra i comuni che ancora utilizzano i server in locale c’è un 15% che utilizza macchine vecchie e verosimilmente obsolete, quindi pericolose. Chi ha i server “in casa” li utilizza poi principalmente con funzioni di archivio e di gestione delle piattaforme, cose quindi che mediante la migrazione al cloud dovrebbero scemare. Una questione centrale è anche quella della cybersecurity, soprattutto per i comuni e specialmente in un momento di transizione così impattante, ed è per questo che più dell’80% dei comuni attualmente utilizza i backup in cloud o ibridi, mentre poco meno del 20% usa solo servizi in locale. Il Disaster Recovery sta però diventando una delle preoccupazioni principali ma è stato implementata una strategia solo dalla metà dei comuni. La brutta notizia, nonostante questi dati, è che un terzo degli enti non ha né una strategia per ripristinare i sistemi né la sta sviluppando.
C’è poi una questione cruciale legata alla transizione digitale, ovvero le reti e le connessioni, che per l’utilizzo corretto dei sistemi in cloud devono essere performanti al massimo, specie ad esempio nei comuni sopra una certa soglia di abitanti. È chiaro che, in un territorio particolare come quello italiano, i comuni più in difficoltà sono attualmente quelli in zone isolate o semi-isolate, inoltre i comuni con poche migliaia di abitanti, per la maggior parte, usufruiscono di contratti di rete con velocità piuttosto basse o bassissime (al di sotto dei 10Mbps). Oltretutto mancano da molte parti le linee di riserva, che in caso di necessità o di stop alle connessioni devono essere attivate per garantire continuità operativa. Un dato incoraggiante è quello invece relativo alla digitalizzazione delle pratiche, prassi ormai già digerita e comunque in fase di miglioramento. Passando ai servizi al cittadino, come anagrafe, scuola e urbanistica, sono stati digitalizzati nel 70% dei comuni, ma quasi la metà lamenta una transizione digitale solo per quel che riguarda i front-office, mentre il backoffice è rimasto indietro. Anche questo è uno degli ambiti nei quali sarà necessario intervenire con gli investimenti del PNRR.
L’analisi si chiude parlando delle figure professionali e delle aziende che aiutano i comuni ad effettuare la transizione digitale, spiegando come tre quarti degli enti siano ricorsi a soluzioni e risorse esterne, ma anche che ci sono figure pubbliche come i responsabili ICT o della Transizione che sono semplicemente nominati. Tuttavia questo non succede neanche dappertutto ma solo in poco più della metà dei comuni italiani, ma questa carenza può sicuramente causare rallentamenti, sebbene sia dovuta a mancanze di tipo economico e soprattutto di personale. In questo caso, i problemi non sono limitati ai piccoli comuni, come verrebbe da pensare, ma si allargano anche a quelli più grandi. Serve, anche in questo caso, una spinta mediante l’uso di fondi ad-hoc che consentano di fare entrare le giuste personalità all’interno delle strutture, per essere in grado di guidare al meglio la digitalizzazione.
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