Digitalizzazione: la performance italiana è tra le migliori d’Europa

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Con l’avvento del 2026 si avvicina sempre di più il mese fatidico per la fine dei progetti di digitalizzazione legati al PNRR, che come sappiamo sono stati aperti in abbondanza anche e soprattutto nel nostro paese. Considerando che il nostro paese ha sfiorato i 50 miliardi di Euro di finanziamenti in un quinquennio ovvero quasi un terzo di tutti i fondi europei è anche chiaro che attualmente, per alcuni aspetti, ci si ritrovi molto più avanti di altri paesi UE in termini di digitalizzazione. Il “problema” nasce proprio nel 2026 che ormai è iniziato da quasi un mese, visto che entro giugno è necessario passare all’implementazione di un ulteriore 30% dei progetti già aperti e promessi alla Commissione.

C’è anche da dire che il nostro paese in quanto a digitalizzazione è uno di quelli più bassi in classifica in tutta l’Unione, essendo al 23esimo posto su un totale di 27 paesi, ma il tasso di crescita non è molto diverso da tutti gli altri paesi simili. Gli esperti sottolineano di quanto i fondi UE abbiano fatto comodo per la digitalizzazione ma rimarcando il fatto che adesso è tempo di andare oltre le basi per l’innovazione, quindi è sicuramente tempo di portare a termine questi progetti promessi alla UE per poi sfruttare ciò che si è creato quando il PNRR non ci sarà più. Per fare questo è possibile attingere ancora a una grande quantità di fondi, ovvero quelli risparmiati dagli enti locali che hanno già terminato i loro progetti e quelli alle regioni, cifre che non sono altissime ma che danno linfa ai progetti critici ancora in attivazione. Come sempre si torna a parlare anche di AI, che ricopre un ruolo importantissimo in chiave presente e soprattutto futura, anche per gli enti locali, ma andiamo per ordine e guardiamo più nel dettaglio tutto ciò che abbiamo messo nella lista.

Tornando ai fondi PNRR, è importante sottolineare come siano stati progettati 176 programmi, mentre quelli realizzati sono stati in tutto 99 a tutto il 2024, ma non ci sono dati riferiti al 2025, cosa che però è sufficiente per piazzare l’Italia tra i paesi più in vantaggio in Europa per la messa in pratica della transizione digitale. Per fare un paragone, rispetto al nostro paese ci sono Francia, Danimarca e Germania che hanno fatto meglio dal punto di vista dei progetti realizzati, ma con un totale molto più basso. Come accennato, va peggio per tutti quegli indicatori riguardanti la digitalizzazione, visto che a tutto il 2024 i tassi di crescita sono in linea con gli altri grandi paesi europei ma il dato generale ci vede molto indietro, ma va anche detto che nonostante i fondi non è possibile che uno stato con le nostre caratteristiche possa cambiare in tempi brevi in termini di digitalizzazione, visto che questi percorsi richiedono di norma molto più tempo.

Per vedere l’intera performance dell’Italia nella digitalizzazione generale corrono in nostro aiuto i Digital Maturity Indexes dell’Osservatorio del Politecnico di Milano, grazie ai quali è possibile avere una migliore panoramica e capire che l’Italia non è posizionata così male come sembra. A partire dalle infrastrutture dedicate al mondo digitale, come le reti e le connessioni, visto che in Italia le persone che usufruiscono della banda larga almeno a 100 Mbps sono sopra alle medie UE, ovvero al 75% mentre in Europa il dato arriva al 72%, così come coloro che sfruttano connessioni a 1 Gbps sono ormai il 25% contro la media europea del 22%. Anche sul fatidico 5G siamo più avanti di molti altri, essendo arrivati al 99% di copertura delle case contro una media comunitaria del 94%, così come siamo in linea con le linee cosiddette FTTP (Fiber To The Home) ma indietro sulle VHCN (Very High Capacity Network, ovvero oltre 1 Gbps). Passando alle nostre imprese apprendiamo che quasi tre quarti delle aziende italiane ha una intensità digitale almeno di base, una percentuale che ci lascia però indietro alla media UE seppure di pochissimi punti, mentre il ricorso a strumenti IT come gli ERP o quelli per l’analisi dei dati ha percentuali totalmente in linea. Più del 75% delle nostre aziende poi è passata al Cloud, invece sull’Intelligenza Artificiale siamo ancora indietro come utilizzo in azienda. Un dato forse più grave è quello legato alla vendita online, che in Italia ha sicuramente accelerato negli scorsi anni anche per le aziende quantomeno di medie e piccole dimensioni ma ancora la percentuale non ha raggiunto la media europea, visto che si parla di un 15% italiano contro il 20% della zona UE.

Un tasto un po’ più dolente è quello della conoscenza degli strumenti digitali, che in Italia raggiunge una media del 54% della popolazione contro il 60% di media generale, c’è però un dato incoraggiante che proviene dalle competenze avanzate, che ci vedono in percentuali un po’ sopra la media. Passando invece ai ruoli lavorativi scopriamo che siamo sotto la quota media europea anche per gli specialisti ICT e per la formazione delle aziende ai propri lavoratori, così come il ricorso dei cittadini ad internet, alto ma sotto la media anche in questo caso. C’è infine, lato cittadini, il dato sul ricorso alle soluzioni digitali delle PA, per il quale si segnala una buonissima performance italiana sugli open data disponibili, ben sopra la media europea, ma si ritorna coi piedi per terra quando si guarda al concreto utilizzo dei servizi, visto che siamo moltissimo sotto le percentuali totalizzate mediamente nei 27 paesi dell’Unione Europea, cosa che accade anche per trasparenza dei servizi e per l’adattamento dei portali per il mobile, ma siamo tra i migliori per l’aiuto agli utenti e l’apertura e consultabilità in digitale dei documenti sanitari.

Focalizziamoci ancora di più sulle PA, questo perché quasi due terzi dei fondi PNRR sono destinati ad esse e a quattro cosiddetti “pilastri” sui quali si concentrano tutti gli sforzi operativi per la creazione di una base solida. Il primo pilastro sono le banche dati collettive come l’anagrafe nazionale, utile ai comuni per tutta una serie di pratiche burocratiche che così si semplificano. Un altro grande vantaggio è quello del Fascicolo Sanitario Elettronico che a quanto pare viene utilizzato moltissimo anche se non son stati dati moltissimi consensi alla consultazione dei vecchi dati medici. Si passa poi al secondo pilastro, ovvero le piattaforme pubbliche, come ad esempio PagoPA, che interopera con decine di migliaia di Pubbliche Amministrazioni e dalla quale passano ormai 400 miliardi di Euro di transazioni. Altra nota piattaforma è ovviamente la App IO, scaricata da 42 milioni di abitanti che hanno la possibilità di accedere ai servizi di 16mila PA e 370mila servizi pubblici. Ci sono poi i servizi di identità digitale come SPID e CIE, che rispettivamente contano 41 e 48 milioni di possessori con una forte discrepanza negli utilizzi totali, totalmente a favore di SPID. Terzo pilastro è invece la famosa interoperabilità, per la quale son state lanciate la Piattaforma Digitale Nazionale Dati con un discreto successo e il progetto MaaS per la mobilità, che mira a compenetrare servizi di trasporto pubblico e privato. Il quarto e ultimo pilastro non può che essere il Cloud, con 600 Pubbliche Amministrazioni che sono passate al Polo Strategico Nazionale e si punta anche a migrarne altre 280 nei primi sei mesi del 2026. Al di fuori del Polo, sono in corso anche le migrazioni di altre decine di migliaia di enti pubblici, con la possibilità reale di riuscire ad arrivare all’obiettivo di 12.464 PA migrate entro la prima metà di quest’anno.

Chiudiamo ovviamente approfondendo il tema della AI e della sua integrazione all’interno delle PA italiane, iniziando a dire che nel 2025 a livello internazionale sono stati annunciati più di 400 progetti con, tuttavia, meno della metà attualmente in corso. Ciò che è certo è che possono portare o hanno già portato numerosi vantaggi per tutti, dai dipendenti degli enti a coloro che si trovano ad usufruirne. Rimane poi un 21% di progetti soltanto annunciati ed un 37% che è in fase un pochino più avanzata. Passando poi al nostro paese vediamo che il 49% dei progetti di AI è di fatto in corso e si passa ad un quarto di progetti solo annunciati e la stessa quota un po’ oltre, ma è importante che in Italia si pensi alla Intelligenza Artificiale ed alle sue soluzioni in termini di praticità e non per un uso più sconsiderato. Per fare un esempio, è evidente che moltissime delle attività delle PA possono essere automatizzate con strumenti di AI senza di fatto estrometterli però dal loro lavoro, vista il sottodimensionamento degli staff pubblici, quindi è anche giusto mettere loro a disposizione servizi di AI a supporto per portare avanti le operazioni che possono essere effettuate da essi lasciando al dipendente le attività che invece richiedono la loro concentrazione, come ad esempio il rapporto diretto coi cittadini. Guardando poi tutto a livello regionale il dato è più desolante, visto che 18 regioni e 12 province del nostro paese non hanno ad oggi nessuna strategia AI, mentre alcune di esse hanno comprato soluzioni presenti sul mercato, hanno scelto strumenti per studiare gli effetti di questa tecnologia oppure hanno già iniziato a formare i dipendenti sull’utilizzo e le potenzialità della AI.

 

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