
Il tessuto imprenditoriale del nostro Paese si trova oggi di fronte a un bivio cruciale, accelerato dall’avvento di tecnologie dirompenti che stanno ridisegnando i mercati globali. In Italia le piccole e medie imprese rappresentano il cuore pulsante dell’economia, con oltre 240 mila imprese che generano più del 40% del fatturato nazionale e occupano circa il 40% della forza lavoro privata, ricoprendo un ruolo fondamentale anche nella stabilità sociale dei territori. Tuttavia, la nuova ricerca dell’Osservatorio Innovazione Digitale nelle PMI della POLIMI School of Management evidenzia una preoccupante discrepanza tra la necessità di rimanere competitivi e l’effettiva adozione dell’innovazione. Rispetto ai dati riportati di recente da OpenAI e che sono statu approfonditi anche in questo blog (qui l’articolo), in questo caso si possono notare alcune differenze, che però era incentrato solo sull’Intelligenza Artificiale. Nonostante uno scenario geopolitico complesso e la forte volatilità dei costi energetici, una parte significativa delle nostre aziende non considera ancora la trasformazione digitale come una priorità assoluta, esponendosi al rischio di un progressivo isolamento tecnologico.
Esaminando l’andamento degli investimenti emerge un mercato profondamente spaccato in due, dove l’entusiasmo di pochi si scontra con l’immobilismo della maggioranza. Se da un lato oltre una PMI su due ha incrementato la propria spesa digitale nel corso dell’ultimo anno, dall’altro la polarizzazione è netta: il 24% delle PMI investe fortemente in ogni comparto aziendale e il 27% lo fa selezionando le aree più strategiche, ma esiste un 22% che investe pochissimo ritenendo il digitale marginale, un 9% che giudica i costi superiori ai benefici attesi, un 4% che non ne comprende l’utilità e un 14% che non investe affatto. Le risorse stanziate vengono destinate principalmente a colmare i ritardi del passato, con il 56% delle imprese che ha investito nel Cloud nell’ultimo triennio e una proiezione che salirà al 91% nel periodo tra il 2026 e il 2028. Al contrario, le tecnologie di frontiera appaiono del tutto estranee alla realtà aziendale, tanto che il 91% delle PMI non ha sostenuto spese né prevede di farlo per soluzioni basate su blockchain, realtà aumentata, realtà virtuale e quantum computing. Come visto anche nell’ultima analisi di OpenAI appena pubblicata su questo blog, ci sono sicuramente comparti aziendali maggiormente digitalizzati ed altri meno, quindi in prima linea abbiamo la parte finanziaria e quella di marketing assieme a quella di progettazione e produzione di beni o servizi, mentre le risorse umane e le strategie innovative restano ancora indietro.
Questa timidezza digitale si riflette in modo altrettanto marcato nella propensione all’innovazione e nelle attività di ricerca, che all’interno delle nostre imprese rimangono drammaticamente poco strutturate. I dati dell’Osservatorio mostrano che il 47% delle PMI non ha svolto alcuna attività di Ricerca e Sviluppo negli ultimi tre anni, sia essa interna o esternalizzata, e appena il 15% fa ricerca in modo sistematico. Di conseguenza, la tutela della proprietà intellettuale è ai minimi storici, con meno di due imprese su dieci che hanno depositato brevetti o registrato marchi. Più di una terza parte delle aziende non ha implementato alcuna innovazione nell’ultimo triennio e, tra coloro che lo hanno fatto, prevalgono i singoli interventi sui processi aziendali; solo un esiguo 10% ha lavorato contemporaneamente su processi, prodotti e servizi. Questa paralisi è alimentata da ostacoli percepiti come insormontabili, tra cui la mancanza di risorse finanziarie e la competizione con altre priorità quotidiane, tanto che solo il 27% dichiara di non aver incontrato barriere sul proprio cammino. A peggiorare la situazione interviene una marcata chiusura verso l’esterno, dato che il 55% delle PMI non collabora né intende collaborare con attori esterni per fare ricerca, relegando la cooperazione con startup, hub di innovazione e piattaforme di Open Innovation a percentuali inferiori al 5%.
In questo panorama stagnante la vera nota positiva è rappresentata dalle oltre 3.100 PMI innovative iscritte al Registro Imprese, le quali dimostrano nei fatti come un approccio strutturato possa fare la differenza. Il confronto con le realtà tradizionali è impietoso: ben il 49% delle PMI innovative ha aggiunto in contemporanea programmi innovativi per processi, prodotti e servizi negli ultimi tre anni, mentre il 42% ha presentato proposte per brevetti. L’84% ha avviato collaborazioni attive con università e centri di ricerca esterni ma la vera marcia in più di queste imprese risiede nella valorizzazione del capitale umano e delle competenze avanzate, dimostrata dall’assunzione, nell’80% dei casi, di personale con dottorato di ricerca, lauree STEM o diplomi ITS. Nelle aziende tradizionali, invece, la gestione delle competenze resta una delle note più dolenti: solo il 46% esegue una valutazione delle abilità del personale e solo il 40% sviluppa piani formativi periodici. C’è poi da aggiungere un fatto ancora più grave, ovvero che anche laddove esistono piani di formazione, essi non vengono mai aggiornati né se ne valuta l’efficacia tramite un vero monitoraggio. Il distacco diventa ancora più grave se si guarda all’Intelligenza Artificiale, perché in questo caso si parla solo del 7% di aziende italiane che hanno iniziato una formazione per i propri dipendenti su questo ambito, lo stesso in cui il 76% delle PMI italiane non ha investito né prevede investimenti nel breve periodo. Per questo esiste anche, come sappiamo, un problema di natura culturale oltre a quello della mancanza di tempo ed organizzazione, anche perché esistono modalità di formazione anche finanziata da bandi pubblici, che tuttavia non vengono neanche considerate né esplorate dai diretti interessati, soprattutto nelle piccole imprese che gestiscono i loro flussi lavorativi in modo meno strutturato e più “alla giornata”.
La fotografia scattata dal Politecnico di Milano ci costringe a riflettere su un paradosso tutto italiano, in cui la cultura dell’urgenza e l’assorbimento nei problemi quotidiani della gestione aziendale finiscono per oscurare la pianificazione strategica a lungo termine. L’innovazione non può più essere vista come un mero acquisto di strumenti o come una spesa accessoria da rimandare, bensì come un cambio di mentalità che deve partire dall’imprenditore per poi coinvolgere l’intero ecosistema. Come ricordato dagli esperti, nessuna azienda può compiere un salto culturale così imponente da sola, passando dalle competenze basilari a quelle avanzate senza una guida adeguata. Diventa quindi vitale che i fornitori tecnologici, le istituzioni e gli hub di innovazione imparino a comunicare i benefici del digitale in modo chiaro, accessibile e misurabile. Se non si comprende che la competitività futura passa dall’apertura verso l’esterno, dalla valorizzazione dei dati e dalla formazione continua sulle tecnologie emergenti, il rischio concreto è che il nostro prezioso tessuto produttivo si ritrovi impreparato di fronte alle sfide di un mercato globale sempre più rapido e spietato.
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