AI e lavoratori italiani: un rapporto sempre più solido

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Torniamo a parlare di intelligenza artificiale con i dati dell’Osservatorio HR Innovation della School of Management del Politecnico di Milano, che offrono una panoramica quantitativa molto precisa sulla penetrazione di questa tecnologia all’interno del tessuto lavorativo italiano. Diciamo innanzitutto che il ricorso generale dei lavoratori a strumenti di AI, nell’ultimo anno, ha fatto un balzo in avanti importante passando dal 32% del 2025 al 44%, dimostrando una crescita esponenziale. Entrando nel dettaglio delle cifre, la crescita dell’adozione è trainata principalmente dalle grandi aziende e da professionisti con un livello di istruzione più elevato. Analizzando i diversi comparti industriali, si nota una forte polarizzazione: i due settori ICT e Media-Telco registrano la percentuale di utilizzo più alta in assoluto con il 65% dei lavoratori che dichiara di utilizzare l’AI, mentre all’estremo opposto si colloca il Retail, che si ferma alla quota minore, ovvero il 31%.

Per quanto riguarda le modalità di utilizzo, la stragrande maggioranza dei dipendenti non sfrutta ancora queste tecnologie per compiti strategici, bensì per scopi puramente esecutivi. Nello specifico, il 50% del campione considera l’AI come uno strumento operativo standard e il 44% la valuta come un assistente per automatizzare compiti ripetitivi e noiosi. Questa impostazione si riflette anche sulle attività quotidiane in cui l’algoritmo viene maggiormente integrato, dove spiccano la creazione dei contenuti nel 64% dei casi, il data management nel 56% e, in misura decisamente inferiore, le attività di analisi e risoluzione dei problemi, che si attestano al 37%. A livello di gradimento, la AI riscuote successo in varie maniere tra i lavoratori del nostro paese, in primis per il miglioramento della rapidità di esecuzione delle attività così come per i volumi di queste (44%), mentre il 42% nota una maggior qualità di ciò che viene chiamato “output”, ovvero il prodotto finito creato dalla AI, ed infine il 41% riesce a gestire meglio le moli di lavoro. Altri aspetti molto graditi sono poi l’aumento delle competenze generali su questa specifica tecnologia, che come sappiamo è sempre un fatto positivo, oltre alla possibilità di avere uno strumento che suggerisce nuove idee e fa risparmiare, in media, 30 minuti al giorno a chi la usa saltuariamente e 40 di media a coloro che la utilizzano quotidianamente.

Passando ai fattori ancora un po’ indietro rispetto agli altri si può dire che ancora non c’è stata una vera e proprio integrazione tra le persone e la AI, poiché ancora esiste quel passaggio di controllo delle risposte alle richieste per poi validare definitivamente il tutto. Ci sono poi le paure dei lavoratori legate alla AI, e qui si parla di un 16% del campione che pensa che al crescere della dipendenza da questi strumenti possano calare poco a poco le competenze umane, ma coloro che usano la AI fanno da contraltare dicendo che si imparano moltissime cose e oltretutto si hanno più possibilità dal punto di vista lavorativo e di carriera. Questo si riflette anche nella domanda di lavoro, visto che il 43% di aziende dichiara un aumento della richiesta di specialisti IT a fronte però di un calo delle aziende che ricorrono a creativi e content creators. Sempre dal punto di vista lavorativo, come possiamo intuire, non c’è omogeneità, poiché il livello sale al salire del grado di educazione ed al salire delle dimensioni delle aziende. Più della metà dei lavoratori poi lamenta lo scarso supporto dato dalle imprese per avviare un percorso di conoscenza dei sistemi AI, limitandosi a fornire qualche indicazione di massima e poco più.

Tralasciando i dati raccolti dal Politecnico sul mondo del lavoro, sulle dimissioni ed i livelli di engagement dei dipendenti delle aziende, continuando a parlare di AI è giusto segnalare come anche dal punto di vista dei manager queste nuove tecnologie possono presentare delle insidie. Dati alla mano, un quinto delle figure manageriali non è al corrente di quella che è la dimensione etica del ricorso all’Intelligenza Artificiale, mentre quasi un quarto non è in grado di capire cosa può delegare a quest’ultima e cosa invece vada delegato ai dipendenti. Questo vulnus dovrà essere necessariamente coperto nei prossimi anni per avere una maggiore armonia in tutti i comparti delle aziende e non solo tra i tecnici specializzati o i meri dipendenti in generale, ma da tutte le sfere. Per concludere, i dati raccolti dipingono quindi la mappa di un’Italia “a due velocità”, dove l’entusiasmo e l’efficienza dei singoli lavoratori si scontrano con l’impreparazione strutturale e formativa di un numero ancora elevato di imprese. I trenta o quaranta minuti guadagnati ogni giorno grazie agli algoritmi rappresentano un patrimonio immenso che, in assenza di una strategia aziendale coordinata, rischia di essere vano. La vera sfida per il futuro del nostro mercato del lavoro non sarà semplicemente quella di incrementare la percentuale di adozione della tecnologia, ma quella di colmare quel deficit di formazione e di welfare aziendale che i numeri dell’indagine portano alla luce.

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